Quindi non basta che una cosa sia armoniosa, fatta bene
per essere arte, per essere una rappresentazione poetica del mondo, la
propria visone della realtà che commuove ed esalta l’animo. Per
insistere su questo mi voglio riferire a tre artisti vicentini: Neri
Pozza, Otello De Maria, Nerina Noro. Voglio dire, secondo me, dove il
loro lavoro si trasforma, diventa comunicazione poetica, arte. Inizio
con una veduta classica di Neri Pozza con campanili, chiese, case, e
gli alberi fanno una cornice. La tecnica è la punta secca, tecnica
difficile.
Leggiamo i segni: è una rete ortogonale, trama e ordito, la percezione
è di uno spazio ordinato, non travolto da linee drammatiche,
passionali, tormentate. Secondo me l’ideale dell’artista è
di proporci uno spazio civile, armonioso, aristocratico, classico, uno
spazio in cui l’uomo può vivere bene. In questo ideale c’è
la trasformazione poetica della realtà.
Veniamo a Otello De Maria, pittore e ceramista. Questo
vescovo con il volto di un cane, le zampe di gallina, questo drammatico
rosso e nero. La carta viene graffiata, ferita da questa rabbia, rabbia
e impotenza, è una furia iconoclasta contro i simboli per lui falsi e
ipocriti, come in altre sue opere, croci mescolate a svastiche. Eccola
lì dove è l’arte, questa sua drammatica anarchica poetica. La
realtà trasfigurata della sua anima.
Infine Nerina Noro, pittrice, poetessa, incisore,
insegnante. Che bel nome Nerina, devo anticipare che amo molto
quest’artista e più passano gli anni più le voglio bene. Eccola
qua autoritratta ragazza, bella, femminile, occhi neri intelligenti,
pensosa ha in mano la bibbia, è quasi soprapensiero, il colore della
sua giovane bellezza. Sono passati dieci anni, la vita l’ha
ferita, è ancora lei con un romantico negligé è ancora bella. Questa
volta ha la maschera, non è di carnevale: è lei che nasconde i suoi
occhi, non vuole essere ferita e ci guarda attraverso la maschera che
si è costruita per nascondere la sua interiorità. Quando i turchi
occuparono Bisanzio con le lance cancellarono gli occhi degli affreschi
perché gli occhi sono la luce dell’anima.
Ed
ora parliamo di acquarello.
Il maestro Toni Vedù scrisse qualche anno fa nel giornale di Ossidiana
che l’acquarello non è una tecnica così spietata, quello che hai
dipinto, che hai fatto è fatto e non si può cambiare. Credo volesse
dire che secondo la tradizione l’acquarello è immediato, non si
può velare più di una volta perché perde la trasparenza della carta,
bisogna lasciare i bianchi, se si vedono i segni della matita diventa
un disegno acquarellato, etc. Tutto questo è giusto, esiste, ma è vero
che ciò che conta è il risultato finale. Piena libertà d’azione.
L’acquarello per sua natura permette facili e gradevoli effetti,
effimeri… ovviamente si può fare di più. Il di più è esprimere,
comunicare la propria personalità, il proprio mondo interiore e quindi
superare l’insignificante piacevole.
Cosa faccio io?
Cerco nel mio vissuto, nelle mie emozioni, nelle idee, nei sogni. Mai
dipingo dal vero, ma lo guardo. Qualche volta faccio dei piccoli
disegni di quello che ho pensato, scelgo il migliore, parto
direttamente sulla carta. Quasi subito, sul foglio più grande, i
rapporti studiati prima non funzionano, ma intanto sono partito,
comincia la ricerca, mi tuffo nella mia “Fossa delle
Marianne”. Ogni tanto sono in apnea, cresce la tensione. Non
trovo niente. Intanto l’immagine visibile cambia, la tensione
cresce, sono nervoso, teso. Quello che volevo fare va nella memoria,
magari sarà buono per un’altra volta, chissà quando. Quasi sempre
fallisco, ogni tanto raramente l’immagine affiora e quando la
trovo la riconosco, era dentro di me, da invisibile ora è palese con
tutta la sua emozione. Mi lascio cogliere dallo stupore
dell’istante, dell’effimero, colgo l’immagine nella
sua imprevista straordinaria semplice bellezza, come il fiore del
cactus coglie la vita nel suo risplendere per un solo giorno. Ho
trovato la realtà, l’unica realtà che c’è e che conta,
tutto il resto è servito per arrivare a ciò.
Mi sono domandato a cosa serve l’arte nel mondo, se è solo un
intelligente passatempo. La metto semplice, io vorrei che domani i miei
nipotini guardando i miei quadri non dicessero ma guarda quanto era
bravo il nonno, che bei fioretti e paesaggini faceva, ma chi era il
nonno, cosa sentiva, cosa aveva dentro di sé.
Fervorino finale: credo che il mondo abbia bisogno dell’arte.
L’artista persegue la bellezza, parlando di sé spiega il mondo,
ci aiuta a capire la vita, cosa vale nella vita, anche oggi dove tutto
sembra comune e magari triviale.
Bisogna avere il coraggio di esprimersi, di parlare di sé, di cosa si
pensa, o si sogna, di cosa si sente: questo cerco io quando guardo un
quadro, di chiunque sia.
A proposito di artisti, mi piacerebbe che qualcuno inventasse una
preghiera, un’invocazione che sulla terra cominciassero a piovere
tanti artisti, la bellezza salverà il mondo. E’ un’utopia,
ma perché non crederci.